Il libro “Siamo in guerra, non c’è niente da fare” a cura di Andrea Lottini, presentato lo scorso 24 gennaio nella Sala Consiliare del Comune di Carmignano, è dedicato alla figura e alla storia di Aldo De Luca, capo custode della villa medicea di Poggio a Caiano negli anni del secondo conflitto mondiale. In uno dei periodi più drammatici di tutti i tempi De Luca fu costretto ad affrontare una situazione di grave emergenza, che lo vide coinvolto nella salvaguardia del patrimonio artistico nazionale. In quel momento cruciale egli riuscì a dimostrare tutto il suo valore, contribuendo ad evitare la dispersione di un numero impressionante di capolavori realizzati dai più grandi maestri nostrani e non solo.
Nel 1940, quando l’Italia entrò in guerra al fianco della Germania, scattò il piano di tutela delle soprintendenze, la cui azione preventiva si esplicava secondo due direttrici: da un lato la protezione dei beni inamovibili, dall’altro lo spostamento delle opere mobili. Per mettere in pratica il secondo obiettivo furono individuate alcune località decentrate, che in quanto distanti dai centri urbani più densamente abitati si pensavano relativamente al sicuro da azioni di guerra, bombardamenti, cannoneggiamenti, saccheggi e devastazioni, eventi distruttivi che hanno sempre accompagnato i conflitti armati. Tale provvedimento era già stato previsto da una circolare del 1930, in cui la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti prescriveva di “predisporre il trasporto delle cose mobili in edifici di campagna poco distanti dalla loro abituale collocazione”.
Per quanto riguarda la Toscana e in special modo la zona compresa tra Firenze, Prato e Pistoia tra i siti privilegiati venne indicata la villa di Poggio a Caiano, che allora faceva parte del comune di Carmignano, non essendosi ancora consumata la scissione del 1962. A partire dal giugno del 1940 il soprintendente alle Gallerie Fiorentine dell’epoca, Giovanni Poggi, con l’ausilio del direttore delle Gallerie, Filippo Rossi, e del responsabile del laboratorio di restauro, Ugo Procacci, vi fece trasferire migliaia di opere d’arte provenienti dalla città del giglio e dai suoi dintorni; in particolare tra il novembre del 1942 e il gennaio del 1943 vi giunsero 174 convogli con 3107 casse e 4170 dipinti e sculture imballati singolarmente. Gli ultimi arrivati, nell’agosto del 1943, furono la statua equestre di Cosimo I de’ Medici, rimossa da Piazza della Signoria, e i Quattro Mori di Livorno, dal monumento a Ferdinando I. In quel periodo la villa e il parco voluti da Lorenzo il Magnifico (vedi “Vita di Lorenzo de’ Medici” di Barbara Prosperi) nell’ultimo quarto del XV secolo divennero il rifugio di una straordinaria quantità di capolavori provenienti dagli Uffizi, da Palazzo Pitti, dal Bargello e da altri luoghi del capoluogo toscano.
Tuttavia una tale concentrazione di opere poteva costituire un grosso rischio, così in un secondo momento molte di esse furono dirottate verso altri edifici. Tra i tanti Villa Salviati a Firenze, Villa Bossi-Pucci a Montagnana, Villa del Monte a Galliano, il Palazzo Pretorio di Scarperia, il Castello di Poppiano, il Castello di Montegufoni, il Castello dei Conti Guidi a Poppi, l’Eremo di Camaldoli. Moltissime però rimasero a Poggio a Caiano, e tra queste capolavori di Filippo Lippi, Botticelli, Perugino, Signorelli, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Andrea del Sarto, Pontormo, Caravaggio, Velázquez, Rubens, Van Dyck, Artemisia Gentileschi, Sustermans. All’inizio della guerra il capo custode che accolse questo inestimabile tesoro fu Tommaso De Luca, che però scomparve alla fine del 1941. Gli subentrò nell’incarico il figlio Aldo, poco più che trentenne. Per una singolare concatenazione di accadimenti Aldo si trovò a dover ricoprire un ruolo da protagonista nella storia del XX secolo, un’eventualità che probabilmente non aveva mai immaginato.
Per oltre due anni e mezzo De Luca fu custode vigile e attento delle opere albergate nella villa, poi nell’estate del 1944 la situazione iniziò a complicarsi per il precipitare degli eventi. Nel mese di luglio nell’edificio furono ricoverati diversi soldati tedeschi malati e feriti, appartenenti alle truppe che stavano passando il fronte, inoltre in agosto si aggiunsero circa mille poggesi sfollati, accuditi dal futuro sindaco Giacomo Caiani e da alcune Suore Minime del Sacro Cuore. Cominciò dunque una convivenza forzata tra capolavori artistici e persone in stato di necessità, con problemi e bisogni impellenti e in continua crescita. Ma il peggio doveva ancora venire, e si palesò l’8 agosto con l’arrivo del colonnello Alexander Langsdorff, archeologo e capo del Kunstschutz, un reparto della Wehrmacht denominato anche “Ufficio per la protezione delle opere d’arte”, il cui intento ufficiale era quello di trasferire in luoghi sicuri dipinti, statue e monumenti antichi per sottrarli ai bombardamenti alleati, mentre in realtà era una copertura per portarli al nord.
Le requisizioni erano iniziate in seguito alla decisione presa dalle autorità tedesche il 15 giugno, a cui Poggi aveva cercato di opporsi appellandosi al Patto di Famiglia siglato nel 1737 dall’Elettrice Palatina, con il quale Anna Maria Luisa de’ Medici, ultima esponente della celebre dinastia, aveva vincolato tutti i beni lasciati dalla sua casata alla città di Firenze e più in generale alla Toscana, disponendo che “di quello che è per ornamento dello Stato e per utilità del pubblico non ne fosse nulla trasportato o levato fuori dalla capitale e dello Stato del Granducato”. Per quanto basato su solidi fondamenti storici e giuridici, il tentativo di Poggi tuttavia servì soltanto a rimandare la cosa di un paio di mesi. In un primo momento il professor Langsdorff, incalzato dal fuoco dell’artiglieria nemica, effettuò una semplice ricognizione nei locali che ospitavano le opere, poi il 22 agosto mandò in loco tre soldati incaricati di selezionare e prelevare i pezzi migliori alloggiati all’interno della villa.
Alla fine del mese dunque svariati autocarri portarono via 58 casse piene di opere d’arte, diretti verso la frontiera. De Luca, che non poteva neanche consultarsi con Poggi a causa dell’interruzione delle linee di comunicazione, dovette chinare la testa davanti agli ordini ricevuti dai nazisti, tuttavia provò a fare il possibile per tutelare fino all’ultimo i beni su cui aveva vigilato con tanto amore. Stilò pertanto in più copie un verbale con l’elenco preciso delle opere e si fece firmare un documento con il quale l’ufficiale tedesco si assumeva la completa responsabilità dell’operazione e riconosceva inoltre che sia la villa sia ciò che in essa era contenuto godevano della protezione della Santa Sede. L’elenco redatto da De Luca si rivelò fondamentale per poter recuperare la refurtiva, che venne ritrovata nel maggio del 1945 a Campo Tures, nei pressi di Brunico, in territorio altoatesino. Per determinare l’esatta ubicazione dei depositi utilizzati dai tedeschi a ridosso del Brennero occorsero mesi di trattative e missioni diplomatiche, che interessarono il Vaticano, le soprintendenze, il ministero e i servizi segreti alleati.
Le opere trafugate rientrarono in Toscana con un convoglio ferroviario formato da ventidue vagoni, che tra il 20 e il 21 luglio coprì la tratta da Bolzano a Firenze. Distribuite su alcuni camion, furono fatte sfilare nel centro storico della città scatenando il giubilo della folla. Ad onor del vero non tutte le opere requisite dai nazisti hanno fatto ritorno nei Paesi d’origine, e tra queste anche molte italiane. Mancano ancora all’appello 1653 pezzi enumerati uno per uno da Rodolfo Siviero nel secondo dopoguerra, tra i quali quadri di Michelangelo, Raffaello e Tiziano, ma anche violini realizzati da Stradivari. Questo dato però non toglie nulla al valore delle azioni compiute da Aldo De Luca e da tutti quei funzionari che dando dimostrazione di coraggio, dedizione ed altissimo senso civico si impegnarono per proteggere il patrimonio artistico nazionale, un bene prezioso che costituisce una delle più alte espressioni di un popolo, di cui diviene nel tempo identità, simbolo e memoria.
Per ricordare la figura e i meriti di De Luca nel 2024 l’Associazione culturale Diapason di Poggio a Caiano, che ha promosso la pubblicazione del libro – snello ma estremamente ricco di informazioni, curiosità e documenti –, ha rivolto un invito al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, affinché riconosca “nel modo che riterrà più opportuno il merito di Aldo De Luca e il valore delle sue azioni anche (e soprattutto) a distanza di tanti anni”. Indovinata la scelta di presentare il volume in prossimità del Giorno della Memoria, anche se la vicenda narrata non è strettamente legata alla tragedia della Shoah, perché la condotta esemplare di De Luca è un monito che ricorda quanto sia importante prendere le decisioni giuste, schierarsi dalla parte del bene e agire nell’interesse della collettività. Non bisogna mai dimenticare infatti che le deportazioni e lo sterminio degli ebrei e delle altre categorie di individui sgraditi al Terzo Reich (oppositori politici, prigionieri di guerra, omosessuali, disabili, rom, persone di colore e testimoni di Geova) ebbero luogo anche grazie alla complicità dei delatori e all’apatia di quanti non ebbero il coraggio di attivarsi per impedire che il male facesse il suo corso. (Barbara Prosperi)